“Il folle volo” del teatro

È stato inaugurato a Policastro Bussentino, lo scorso aprile (anno 2016, ndr), il “Tempio del popolo”, il nuovo cineteatro del Golfo di Policastro.

Cineteatro Tempio del Popolo

Ha un nome “parlante”, emblematico, questo cineteatro. Sulla “carta d’identità” del vocabolo “tempio” leggiamo: “luogo sacro, degno di venerazione o simbolo di nobili ideali”. Questo “Tempio”, dunque, è il luogo custode di un’eterea dimensione di sacralità dove il popolo si riunisce per coltivare i suoi nobili ideali.

Fin dall’antica Grecia il teatro, insieme all’agorà, è stato l’ambiente, lo spazio privilegiato per la condivisione degli ideali e dei valori del popolo. Si andava a teatro per guardare lo spettacolo, certo, ma quello spettacolo era vissuto: lo spettatore non poteva non riconoscere una parte di sé nel personaggio in scena. Chi guardava si divertiva, si meravigliava, si emozionava, imparava a conoscere e a riconoscere la natura umana, con le sue azioni nobili e scellerate.

È interessante studiare come il rapporto della società con il teatro nel corso del tempo sia cambiato, si sia evoluto, per rispondere ai diversi bisogni di espressione e comunicazione dell’uomo: ogni congiuntura storica, infatti, ha la necessità di mettere in scena la propria visione del mondo.

 

Come cambia il teatro, e come cambia l’uomo?

Alcuni studiosi hanno ravvisato le prime forme di espressione teatrale (“prototeatro”) nelle società primitive. Pitture ed incisioni sono testimonianza di mimodrammi e pantomime sacrali tramite le quali si tentava di conciliare l’individuo con le divinità. Gli “spettatori” avevano parte attiva nel corso di queste rappresentazioni: come ha espresso chiaramente lo studioso C. Planson, lo spettatore “non essendo prigioniero di un posto, si sente interamente libero”.

Nel teatro della Grecia antica, in particolare dell’età classica del V secolo a.C., si fa più stretto “il nesso tra ritualità religiosa, teatralità e reattività sociale”. Le rappresentazioni teatrali, ad esempio, avvenivano ad Atene nel corso delle feste in onore di Dioniso, le Grandi Dionisie e le Piccole Dionisie. Il rapporto teatro-religione-società si evince anche dalla descrizione della nascita della tragedia che Aristotele dà nella sua “Poetica”.

La funzione del teatro a Roma è diversa: lo spettacolo teatrale non era che uno degli spettacoli al quale il cittadino assisteva. Scrive la studiosa francese Florence Dupont: “il teatro latino non è il luogo di una riflessione morale o filosofica sull’uomo o sulla vita. Le sue origini ludiche ne fanno uno spettacolo musicale”.

Nel Medioevo cambia il modo di fare, e di vivere, il teatro. Gli spettacoli avvengono sui carri, sui sagrati delle chiese, nelle piazze: queste rappresentazioni (“miracoli”, “misteri”, “moralità”) oltre ad esprimere lo spirito dell’epoca, devono essere di insegnamento per il popolo, devono mostrare la grazia di Dio, e quali sono le virtù da seguire e i vizi da fuggire per raggiungere la salvezza.

Nel Cinquecento e nel Seicento, il teatro delle corti predilige la pomposità e l’opulenza delle scene, oltre che l’utilizzo di macchine costosissime preposte alla realizzazione di mirabolanti effetti speciali. Più lo spettacolo “trasudava” ricchezza e magnificenza, più il prestigio del committente ne era rafforzato. Nel 1576, a Londra, Burbage costruisce il primo teatro “commerciale”, che si sviluppa accanto al teatro “d’élite”.

Nel Settecento, osservano diversi studiosi, il teatro sembra recuperare quella “funzione sociale” che mancava dal teatro greco, e si fa espressione “di un nuovo realismo”. Il “nuovo” pubblico, la borghesia, è un pubblico colto, attento, esigente, che rifiuta la passività e vuole che il teatro comunichi i propri ideali e la propria morale. Il pubblico vuole vedersi sulla scena, vuole trovare un punto di riferimento tramite il confronto con se stesso.

Dall’Ottocento il pubblico si divide, si separa, non è più omogeneo nella sua richiesta. Lo spettatore vuole scegliere cosa guardare, e sceglie ciò che è a lui più congeniale.

Cambiano le epoche, i bisogni, le scelte. Lo spettatore preferisce prendere parte attivamente alla rappresentazione, può sentirsi e vedersi sul palco al posto dell’attore, oppure può crogiolarsi nella soddisfazione di percepirsi “distante” da ciò di cui l’attore si fa testimone.

Si va a teatro per incontrare un amico, per “fare comunità”, per socializzare, per imparare, per emozionarsi, per imparare ad emozionarsi. Ma cosa accade nel nostro cervello quando guardiamo uno spettacolo? Il nostro cervello, davanti alla “divina follia” del teatro, cambia oppure no?

I neuroni captano la follia del teatro, la sua sublime e dissennata grandezza . Questa follia, definita mania telestica, è ispirata da Dioniso: non è una patologia, frutto delle umane debolezze, bensì uno stato in cui si trascende temporaneamente la razionalità.

La mania telestica è “un’anomalia positiva”, un dono, ed è propria dell’ispirato; l’uomo ha bisogno di questa follia, per purificarsi, per liberarsi dalle paure, dall’angoscia, dalla sofferenza, e dopo averla recuperata, per utilizzare la ragione con più consapevolezza.

Secondo Ippocrate, invece, la follia è da considerarsi una malattia a tutti gli effetti, e deve essere curata. Siamo in preda alla follia quando il cervello è umido, ed è necessario che si muova: se il cervello si muove, né la vista né l’udito sono stabili, ma ricevono sensazioni sempre diverse. Tutto dipende dalla stabilità del cervello.

La follia si contrappone alla melancholia, la quale, a detta di Ippocrate, si ha “quando paura o depressione durano a lungo”. La melancholia è una malattia dell’anima che comporta il blocco improvviso della fonazione, il blocco d’aria nelle vene, e la paralisi parziale del corpo. È il punto di vista dell’uomo ad attribuire alla follia un determinato significato: la follia è pazzia o ispirazione? L’uomo teme più la follia che la melancholia, più “l’elevazione” che la depressione. La follia, che è estasi e movimento vorticoso del cervello, è temuta. Si preferisce la stabilità. Ma quando la stabilità diventa il buco nero della melancholia, soltanto il movimento del cervello può riportare il cervello alla stabilità, ristabilendo la giusta connessione tra gli umori.

La “divina follia”, il teatro, può contrastare la melancholia.

Per questo, e per una molteplicità di ragioni, il teatro è una componente essenziale della vita dell’uomo. Si ha il bisogno di scappare, di fuggire da se stessi, di sentirsi altro nei panni di un altro, salvo poi ritornare se stessi, e in se stessi, più consapevoli della propria umanità.

Angela D’Angelo

Articolo elaborato nell’ambito del progetto di Alternanza Scuola Lavoro a.s. 2016-2017 tra Liceo Classico Parmenide di Vallo della Lucania (SA) e l’associazione AUSS di Sapri (SA)

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